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Intolleranze e allergie

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Intolleranze e allergie alimentari

Negli ultimi decenni il numero delle persone che soffrono di allergie è notevolmente aumentato e, per quanto riguarda le intolleranze, circa il 20% della popolazione ne è oggi colpita.

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Effetti delle intolleranze alimentari
Ecco alcune problematiche che, in assenza eli una spiegazione basata su dati clinici, possono in taluni casi essere ricondotte alle intolleranze alimentari:

Reazioni agli alimenti
Classificazione della Società Statunitense di Allergologia

L'interesse generale per le intolleranze alimentari nasce, in primo luogo, dal riconoscimento dell'importanza del problema dell'alimentazione nella vita e nella salute dell'uomo.

In oriente, sia nell'ambito della medicina Ayurvedica che in quella Tradizionale Cinese, sono state utilizzate in modo sistematico molte conoscenze riguardo alle proprietà dei cibi. Anche nella storia occidentale, fin dai tempi dell'antico Egitto e in Grecia, l'importanza terapeutica del cibo era sempre tenuta in profonda considerazione. Fino a una cinquantina di anni fa, i termini allergia e intolleranza non erano così frequenti nel linguaggio comune e i casi clinici erano piuttosto rari.

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Negli ultimi decenni il numero delle persone che soffrono di allergie è notevolmente aumentato e, per quanto riguarda le intolleranze, circa il 20% della popolazione ne è oggi colpita. I fattori ambientali che contribuiscono a rendere il fenomeno sempre più diffuso, sono molteplici: in primo luogo la scelta, di tipo sociale, di abbreviare (o non iniziare per nulla) il periodo dell'allattamento al seno materno in favore dell'introduzione del latte artificiale.

Di pari importanza è il cosiddetto sviluppo della tecnologia agricola e industriale che in pochi decenni ha devastato il delicato, ma perfetto e antichissimo, equilibrio della biosfera. I trattamenti chimici, i concimi, gli ormoni e gli antibiotici con cui viene trattato il bestiame da allevamento, sono tutte sostanze difficilmente degradabili che alterano il suolo, impoverendolo progressivamente dalle sostanze utili, accumulando invece quelle nocive.

Oltre al fattore ecologico dobbiamo anche considerare l'aspetto sociale. Per esempio l'abitudine, sempre più diffusa, di non dedicare abbastanza tempo alla preparazione dei cibi partendo da alimenti freschi, ma di fare uso di prodotti industriali pronti al consumo e più veloci.

Anche l'introduzione di cibi esotici incrementa, a volte, il potenziale degli allergeni a cui siamo esposti, dobbiamo tener presente che i cambiamenti ambientali sono stati rapidissimi, mentre quelli genetici sono estremamente lenti.

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Per questa ragione non possiamo ancora valutare l'impatto dei cibi geneticamente modificati (Ogm) sul nostro organismo, ma possiamo dire con certezza assoluta che il nostro codice genetico ha bisogno di un adattamento lunghissimo prima di riconoscere un codice genetico prodotto in laboratorio.

L'intestino è un organo antico, dal punto di vista evolutivo; risale ad almeno 500 milioni di anni fa. Nel suo sviluppo evolutivo le connessioni create con il resto dell'organismo sono molto profonde e complesse. Il meccanismo di produzione delle difese immunitarie ha origine, in gran parte, nell'intestino, quindi le conseguenze di una cattiva alimentazione, di una insufficiente digestione o di carente assimilazione dei nutrienti fondamentali si ripercuotono su tutti gli organi, compromettendone le funzioni.

I geni, che compongono il nostro codice primordiale, non riconoscono gli alimenti artefatti e così creano "intolleranze" che si manifestano in modo molto diverso da individuo a individuo. Spesso la causa di una depressione, di una crisi di panico, di una colite o di una diarrea sono da associare, oltre che a motivazioni psicologiche, ad una cattiva digestione, che può presentarsi in diversi modi.

Alla luce delle attuali conoscenze, è corretto dire che il benessere dell'individuo è condizionato da quello che il suo sistema digestivo effettivamente trasforma, assimila ed espelle, e non solo dalla qualità del cibo che assume.

Nell'ambito delle disfunzioni, è importante fare una distinzione tra allergie e intolleranze.
Le vere allergie sono quelle che chiamano direttamente in causa il sistema immunitario, con una liberazione istantanea di immuno-globuline di tipo E (IgE) con liberazione di istamina.

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Al contrario, le intolleranze o ipersensibilità non coinvolgono direttamente il sistema immunitario, ma sono dovute ad un sovraccarico che deriva dall'ingestione continua di alimenti non ben metabolizzati.
Quando veniamo a contatto con un alimento che il nostro organismo non tollera più, gradualmente le funzioni digestive vengono compromesse e, a seconda dei casi, si verificano vari fenomeni che possono riguardare sia un errato assorbimento di alcuni nutrienti, sia un sovraccarico di tossine, sia un deficit di enzimi.

Le intolleranze sono un fenomeno molto più diffuso delle allergie e anche molto più subdolo da verificare, poiché si possono manifestare anche alcuni giorni dopo il contatto con gli alimenti e, soprattutto, possono presentarsi in modi che non fanno pensare direttamente al cibo.


di Maria Erminia Piroli [1]
e Pina Grazia Tagliaferri [2]

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Controlliamo le etichette

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Nel 2003 l'Unione europea ha emanato la direttiva n. 89, che obbliga a inserire nelle etichette degli alimenti indicazioni chiare e complete sull'eventuale presenza delle sostanze allergeniche dei loro derivati.

Colpiscono le informazioni diffuse lo scorso maggio in occasione della settimana mondiale dell'allergia alimentare. In Italia è affetto da questa patologia più di mezzo milione di under 18. I bambini fra zero e cinque anni allergici a uno o più alimenti sono 270mila (100.000 al latte vaccino, 80.000 alle uova, 50.000 a noci, nocciole e arachidi), e il fenomeno è in crescita costante.

Le dosi necessarie per scatenare una reazione patologica di carattere immunologico possono essere estremamente ridotte; anche quando gli esiti non sono fatali (da noi i decessi per shock anafilattico sono sull'ordine di qualche decina l'anno) peggiora comunque la qualità della vita di chi è affetto da allergia e dei suoi familiari.

Secondo stime della Commissione, il fenomeno coinvolge circa l'8% dei bambini e il 3% degli adulti in Europa. Si tratta di numeri davvero ragguardevoli: è come se fossero affetti da allergia più di tutti gli abitanti di Austria e Danimarca messi assieme.

Indicazioni chiare
E' per questo che nel 2003 l'Unione europea ha ritenuto di correre ai ripari con l'emanazione della direttiva n. 89, che obbliga a inserire nelle etichette degli alimenti indicazioni chiare e complete sull'eventuale presenza delle sostanze allergeniche e dei loro derivati.

In precedenza, quando un componente di un prodotto fosse stato a sua volta composto da più ingredienti (mettiamo, una confettura di albicocche in una crostatina), per non allungare oltremodo l'elenco degli ingredienti era del tutto legittimo indicare genericamente "confettura di albicocche", senza dettagliarne gli ingredienti, quando il suo peso fosse stato inferiore al 25% di quello del prodotto finito.

La direttiva ha ridotto drasticamente al 2% la percentuale che esonera dal dettaglio degli ingredienti (per restare alla nostra confettura, ora vanno indicati tutti: albicocche, zucchero, gelificante - pectina,; correttore di acidità - acido citrico).

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Quantità minime
Quando l'ingrediente pur presente in quantità inferiore al 2% contenga una sostanza ritenuta allergenica, essa va sempre indicata, anche se presente in quantità debolissima, per consentire al consumatore acquisti consapevoli e sicuri. In un prodotto che contenga anche solo l'l% di ortaggi misti, ma tra i quali sia compreso il sedano, la sua presenza va evidenziata ("ortaggi misti-contiene sedano").

Non serve ripetere il nome della sostanza allergenica quando sia già evidenziata nella denominazione di vendita o nell'elenco degli ingredienti, il che è logico: non sarebbe di nessuna utilità specificare "contiene uova" in un biscotto che già si dichiari "frollino all'uovo" o che l'uovo diligentemente si elenchi nella lista degli ingredienti.

Va invece precisato quando non appaia così evidente: se il prodotto contiene "lecitina", va precisato se essa deriva dalla soia o dall'uovo,direttamente nell'elenco degli ingredienti ("lecitina di soia" o "lecitina di uova") oppure con il chiaro riferimento a parte "contiene soia" o "contiene uova".

Analogamente, se il prodotto ha come ingrediente della crusca, va specificato se deriva da un cereale che, assolutamente innocuo e gradito ai più, va invece evitato dagli allergici (dettagliando "crusca di frumento" o specificando a parte "contiene cereali contenenti glutine").

Nel 2005, su pressione dell'industria alimentare, la direttiva allergeni ha subito una modifica: alle imprese produttrici non andava giù dover indicare "contiene pesce" nell'etichetta di un succo di frutta vitaminizzato (nella produzione convenzionale di alcune vitamine e di alcuni aromi viene utilizzata gelatina di pesce).
La Commissione europea ha aderito a queste accorate richieste, tagliando l'obbligo di dicitura per una comunque non lunga serie di derivati dalle sostanze allergeniche.

E se per sbaglio...
La direttiva europea non disciplina le ipotesi di contaminazione accidentale con sostanze allergeniche di un alimento nella cui produzione non sono di per sé utilizzate (è quella che in gergo si definisce "cross contamination").

Gli operatori del settore alimentare sono tenuti a predisporre, attuare e mantenere procedure permanenti di monitoraggio della produzione basate sui principi del sistema HACCP (Hazard analysis and critical control), che costituiscono un fondamentale strumento di garanzia della sicurezza degli alimenti.

Pur operando con il massimo rigore nella formazione del personale, nella pulizia delle attrezzature, nella netta separazione degli ingredienti e nell'autocontrollo di tutti i processi, qualche azienda, in considerazione dell'estrema vulnerabilità che potrebbe caratterizzare qualche consumatore (l'allergia alimentare, in particolare verso latte, uova e nocciole, è la causa più frequente di shock anafilattico), preferisce etichettare "può contenere tracce di..." oppure "prodotto in uno stabilimento che usa anche...".

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E il biologico?
Se per altre allergie, intolleranze e sensibilità (basta pensare alla Multiple Chemical Sensitivity, la sensibilità chimica multipla, il disturbo che colpisce un numero crescente di persone che non tollerano intere classi di sostanze chimiche) i prodotti biologici costituiscono la risposta più immediata e sicura per il consumatore, così non è per gli allergeni previsti nella direttiva europea. Il latte biologico, le uova biologiche e il sedano biologico, insomma, non vanno purtroppo assunti da chi è allergico o intollerante a latte uova o sedano.

Per quanto riguarda le procedure, prima di inserire nel suo assortimento un nuovo prodotto, NaturaSì ne acquisisce ricetta e scheda tecnica, che evidenziano la presenza intenzionale di sostanze allergeniche, ma anche il rischio di presenze accidentali, richiede al fornitore analisi o le effettua direttamente. Se l'etichetta non evidenzia nella lista degli ingredienti o con un espresso richiamo separato la presenza effettiva di una sostanza non desiderata, né presenta una dicitura che, anche in via solo cautelativa, non la escluda in assoluto, quindi, la persona allergica o intollerante può consumare il prodotto in tutta serenità!


di Roberto Pintori [3]

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La celiachia

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Identificata per la prima volta oltre un secolo fa, la celiachia è stata messa in correlazione con il glutine solo dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Il morbo celiaco
Detto anche "sprue celiaca", enteropatia da glutine o più comunemente celiachia, il morbo celiaco è una malattia cronica causata dall'intolleranza al glutine presente nel grano e in alcuni cereali (avena, orzo, segale, farro, kamut) che si caratterizza per la presenza di lesioni della mucosa dell'intestino. Le lesioni alla mucosa determinano il malassorbimento dei nutrienti introdotti con l'alimentazione.
Con l'eliminazione dalla dieta del glutine ed in particolare di alcune delle sue componenti come la gliadina o le prolamine, è possibile ridurre i disturbi primari della celiachia.

Cos'è il glutine
Il glutine è una proteina presente in vari cereali ed in particolare nel frumento e quindi nella maggior parte dei prodotti da forno, nella pasta e nel pane. E' per questo che la sua presenza quotidiana sulle tavole può rendere non semplice la sua eliminazione dalla dieta. Infatti, fino a qualche anno fa il celiaco era costretto a rinunciare ad alcuni alimenti.
Oggi invece, sono molte le aziende e i ristoranti che offrono cibi "gluten free" ovvero cibi senza glutine adatti ai celiaci, rendendo così la qualità della loro vita migliore e meno problematica rispetto al passato.

La celiachia in cifre
In Italia la celiachia colpisce una persona su cento. Secondo i dati dell'Associazione Italiana Celiachia (AIC) ogni anno vengono effettuate cinquemila nuove diagnosi e si stima che nascano 2800 nuovi celiaci, con un incremento annuo di circa il 10%. Tuttavia, la reale diffusione della malattia non è ancora ben individuata.
I nuovi metodi di ricerca messi a punto, nei prossimi anni, consentiranno di migliorare la diagnosi con un probabile aumento della percentuale di popolazione coinvolta.

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Reazione immunitaria
Grazie ai progressi raggiunti nell'ambito della ricerca, oggi è possibile individuare gli anticorpi responsabili dell'intolleranza al glutine. Infatti, il Sistema Immunitario dei celiaci si attiva erroneamente per produrre degli anticorpi diretti contro la mucosa intestinale provocando così le caratteristiche alterazioni che sono alla base dei sintomi della celiachia.
Il danno arrecato ai villi che rivestono la parete intestinale impedisce pertanto il corretto assorbimento delle sostanze nutrienti.

La sintomatologia
A seconda dell'individuo e delle caratteristiche con cui si manifesta, la sintomatologia del morbo celiaco risulta ampia e talvolta aspecifica. I sintomi più diffusi sono: diarrea, perdi di peso, carenze nutritive di vario genere, crampi, debolezza muscolare, formicolìi, emorragie, gonfiore alle caviglie, dolori ossei facilità alle fratture, alterazioni cutanee, afte o in alcuni casi anche disturbi psichici.
Frequente è anche l'anemia provocata da carenza di ferro. La comparsa di uno o più di questi sintomi associati dovrebbe suggerire di sotto porsi a test e screening specifici e, nel caso di positività agli anticorpi, ad approfondire l'indagine con biopsia intestinale.

Nuove abitudini alimentari
La celiachia è la conseguenza di un'anomalia permanente del sistema immunitario e quini può essere curata ma non guarita. Il celiaco che, vogliamo sottolineare, non è e malato, deve solo acquisire una nuova mentalità che gli consenta di convivere con tale condizione senza soffrire disagi o problemi.
In questo senso, il celiaco deve diventare medico di se stesso modificando le proprie abitudini alimentari e lo stile di vita, grazie anche al supporto e all'aiuto di associazioni come l'AIC, che aiutano ad affrontare meglio la celiachia.

I prodotti in commercio
A disposizione del celiaco si trova una gamma sempre più ampia di prodotti specifici "gluten free", siano essi convenzionali, biologici o, addirittura, prodotti tipici locali.
Il celiaco ha così modo di non vivere limitazioni di alcun genere e di poter variare la sua scelta a seconda dei gusti e delle esigenze. Ma non solo.
Egli acquisisce un bagaglio di informazioni e conoscenze che lo rendono sempr più consapevole, attento e critico nelle sue scelte d'acquisto.

Come l'esperienza personale mi insegna, riscontro che le persone che devono accettare delle restrizione dietetiche particolari, sviluppano una migliore sensibilità nei confronti del cibo e una maggiore consapevolezza ed attenzione grazie all'incremento della conoscenza e dell'informazione.
Così, mentre il consumatore comune è orientato principalmente dal gusto nella sua scelta, quello con intolleranze valuta la risposta che il cibo dà al suo fisico ed ai vantaggi che da esso può trarre.

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L'Associazione Italiana Celiachia
L'informazione è uno degli strumenti fondamentali per il celiaco. Grazie ad essa è in grado di affrontare e gestire al meglio la propria condizione di salute. Da oltre trent'anni l'Associazione Italiana Celiaci (AIC) è impegnata nel fornire assistenza ai celiaci attraverso molteplici attività di informazione e formazione in collaborazione con il Ministero della Salute e il Servizio Sanitario Nazionale.
Tra le attività svolte dall'Associazione si possono citare le iniziative legate alla ricerca e alla sensibilizzazione delle Istituzioni politiche, amministrative e sanitarie, la realizzazione di un Prontuario di prodotti per celiaci certificato dal Ministero della Salute.
Per aiutare i celiaci nella scelta di alimenti sicuri per la propria dieta, dal 2005 inoltre, l'Associazione ha avviato un progetto di marchio (Spiga Barrata) che viene apposto, su concessione, a tutti i prodotti che hanno superato controlli e verifiche previste dall'Associazione. Inoltre, AIC ha avviato un progetto importante denominato "Alimentazione Fuori Casa" che coinvolge tutte le tipologie di ristoratori disposti ad offrire un servizio idoneo alle esigenze dei celiaci. [5]

Consigli utili non solo ai celiaci...
Il glutine, è una sostanza molto usata - perfino abusata - dall'industria alimentare. Quindi, anche a chi non soffre di celiachia, è consigliabile ridurre la quantità di alimenti a base di glutine preferendo prodotti integrali, con lievitazione lunga e non troppo soffici, con più fibra e una dieta semplice fatta di cibi naturali, meglio se biologici.
Inoltre, per tutti è molto importante per la salute, ritrovare il piacere e la fantasia in cucina limitando il più possibile l'utilizzo di prodotti trasformati. Infatti, proprio l'offerta di prodotti sempre più lavorati e raffinati, la ricerca estrema della conservabilità, la rincorsa al prezzo hanno avuto come conseguenza più grave la perdita del rapporto e della conoscenza del cibo.


di Nicola Michieletto

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Ipersensibilità al glutine

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Quando è chiaro che il glutine produce disturbi, anche in soggetti nei quali la diagnosi di celiachia è esclusa,siamo di fronte ad una condizione definibile come "ipersensibilità al glutine".

Il glutine può creare problemi anche in chi non è celiaco? A questa domanda si deve oggi rispondere affermativamente. Ovviamente è sempre stato così. Un tempo a chi soffriva di gonfiori di pancia, di diarrea e di disturbi intestinali veniva diagnosticata, un po' sbrigativamente una "colite" (soprattutto se i classici accertamenti per la celiachia risultavano negativi).
E a nessuno, in casi come questi, veniva in mente di consigliare una sospensione o una riduzione del consumo di glutine, nella granitica convinzione che, al di fuori di un chiaro quadro clinico di celiachia, il glutine non potesse produrre effetti tossici.

Effettivamente questa realtà (la tolleranza individuale al glutine) è molto più complessa. Non solo perché parecchie persone non celiache possono testimoniare che una certa attenzione (una riduzione) nel consumo di glutine produce effetti benefici su molti disturbi, ma anche perché i risultati di numerose ricerche inducono a considerare che il glutine può essere un nutriente problematico anche per soggetti diversi dai celiaci.

Alcuni fattori favorenti
Quando è chiaro che il glutine produce disturbi anche in soggetti nei quali la diagnosi di celiachia è esclusa siamo di fronte ad una condizione definibile come "ipersensibilità al glutine". Oppure, come la chiamano i ricercatori, Gluten Sensitivity (GS).
In realtà, è assai probabile che non esista un confine netto tra l'intolleranza al glutine e la celiachia. Quest'ultima è una malattia geneticamente determinata e con una ovvia e non trascurabile componente ereditaria: il rischio per i famigliari di un celiaco di sviluppare la malattia è del 10-14% mentre nella popolazione generale il rischio è di circa 1,5%.

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I soggetti che tollerano poco (o per niente) il glutine probabilmente sviluppano i loro disturbi in parte per responsabilità genetica, ma anche per il concorso di diversi altri fattori, in particolare quelli che alterano l'equilibrio della flora batterica intestinale e la corretta permeabilità della mucosa digestiva. E' noto che batteri intestinali, salute della mucosa e corretta funzionalità del sistema immunitario sono elementi strettamente collegati e funzionalmente dipendenti l'uno dall'altro.

Ad esempio, una infiammazione virale dell'intestino oppure l'alterazione della flora batterica, che consegue ad una terapia antibiotica, possono determinare una riduzione della capacità dell'organismo di tollerare (magari solo per un po' di tempo) il glutine. Lo stesso risultato può essere prodotto da una dieta monotona (ad esempio, cappuccino e brioche a colazione, due foglie di lattuga e spaghetti al pomodoro a pranzo, pizza e birra la sera), povera di alimenti vitali e crudi e che non arricchiscono la flora batterica.

Anche il consumo regolare di latte vaccino da parte di soggetti che non lo tollerano altera sicuramente l'ambiente intestinale potendo favorire l'insorgenza di disturbi nell'assimilazione del glutine. Perfino la mancanza dell'allattamento al seno o lo svezzamento precoce e troppo rapido giocano talvolta un ruolo, per lo meno nell'evidenziare una latente predisposizione all'intolleranza al glutine.

Uno studio pubblicato il 23/11/2005 sulla rivista scientifica Archives of Diseases of Childhood online testimonia che l'allattamento al seno protegge dallo sviluppo del morbo celiaco. Infatti, se al momento dell'introduzione del cibo solido il bambino è allattato al seno, si riduce significativamente il rischio di sviluppare la malattia.

I geni contano
La celiachia è indubbiamente una malattia geneticamente determinata. Tuttavia, oggi sappiamo che il gene non è tutto e che le informazioni che vi sono contenute (la possibilità, ad esempio, di indurre una patologia, di sintetizzare una certa proteina, oppure di determinare una specifica caratteristica morfologica o funzionale nell'organismo, ecc.) si traducono concretamente nell'organismo vivente solo all'interno di un complesso sistema di regolazione, a sua volta influenzato dall'ambiente nel senso più ampio del termine.

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Detto ancora più chiaramente, per un bambino che porta nei suoi cromosomi il gene o i geni che determinano la celiachia, non è indifferente essere allattato al seno o alimentato con latte adattato, essere svezzato non precocemente oppure prima dei sei mesi di vita, essere curato frequentemente con antibiotici o con la fitoterapia e l'omeopatia, consumare regolarmente alimenti biologici, crudi, non Ogm oppure cibi prodotti e manipolati industrialmente, ecc.

Influenzano il nostro stato di salute anche altre caratteristiche dello stile di vita e dell'ambiente: la quantità di tempo passata all'aperto o al chiuso, l'esposizione alla luce solare o artificiale, l'inquinamento dell'aria e dei cibi. Infine, ce lo dice la psiconeuroendocrinoimmunologia (ma pure l'esperienza concreta di tutti i giorni), anche le emozionie i sentimenti danno un contributo al nostro benessere o malessere. Se questo vale per un bambino celiaco figuratevi se non vale per ur soggetto ipersensibile al glutine!

Il glutine: una proteina tossica?
Che il glutine sia una proteina tossica per i celiaci (e solo per loro) è un dato che finora nessuno ha messo in discussione. Tuttavia, la direzione che gli studi recenti stanno prendendo segue invece una logica completamenl opposta: il glutine è una proteina tossica per tutti, ma la maggior parte delle persone sviluppa una tolleranza, un meccanismo di protezione che mette al riparo le cellule inte stinali dall'azione dannosa di questo composi proteico.

Altri soggetti, invece, perdono (o non sviluppano) questa tolleranza e in alcuni casi (con il concorso di specifici geni) questa condizione evolve in malattia celiaca. In altri casi il glutine produrrebbe comunque una reazione anomala, si tratterebbe proprio di coloro che vengono definiti ipersensibili al glutine, i quali non tollerano il glutine (o certe quantità di glutine).
In ogni caso questo loro disturbo rimane comunque diverso dalla malattia celiaca e sicuramente meno coinvolgente per il sistema immunitario.


di Paolo Pigozzi

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Uova e derivati

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Quella all'uovo è una delle più comuni allergie alimentari. In particolare, si tratta dell'allergia ad alcune proteine dell'uovo, principalmente contenute nell'albume. Tuttavia, anche il tuorlo contiene sostanze allergizzanti. I sintomi e le reazioni, possono interessare la cute (orticaria, dermatite atopica), l'apparato gastrointestinale (diarrea, vomito) e respiratorio (asma, rinite, tosse).

La cottura migliora la compatibilità dell'uovo con il sistema immunitario (fino al 70%, secondo alcune stime), ma non elimina totalmente il problema. In pratica, quindi, è consigliabile porre la massima attenzione dal punto di vista del potere allergizzante, sia all'uovo cotto che a quello crudo.

Questa allergia interessa soprattutto i bambini (dopo il latte vaccino, è l'uovo l'alimento più a rischio per allergie alimentari). Fortunatamente, dopo i 4-10 anni di età la questione, almeno apparentemente, si ridimensiona parecchio. A ben guardare, tuttavia, sarebbe forse meglio dire che il problema di fondo non sparisce, ma si trasforma.
Infatti, nel 50% dei casi questi soggetti possono sviluppare una allergia ai pollini, alla polvere di casa e ai peli di gatto.

Una dieta senza uovo
Se si deve seguire una dieta che escluda l'uovo (l'unica terapia valida), è evidente che non ci si può limitare a non consumare le uova sode, la maionese o la frittata.
La versatilità dell'uovo e l'utilità tecnologica per l'industria alimentare rende questo alimento e i suoi derivati largamente diffusi in moltissimi alimenti.

E' dunque sempre opportuno leggere con attenzione le etichette, cercando di individuare l'eventuale presenza dei seguenti ingredienti: albume (bianco d'uovo), tuorlo, polvere di uovo, rosso di uovo, globulina, livetina, lisozima (indicato anche come E1105 e utilizzato spesso nei formaggi stagionati a scopo battericida), maionese, meringa, ovoalbumina, ovomucina, ovovitellina, ovo-mucoide. Lecitina (E322) e emulsionanti in qualche raro caso in cui non sono di origine vegetale. Sono da escludere anche sformati e bevande a base di cacao maltato.

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Da osservare con molta attenzione: biscotti, torte dolci e salate, budini e pudding, caramelle (in particolare le gelatine), cereali per la prima colazione, cialde, creme, gelati, sorbetti, miscele pronte per torte, salse in genere, soufflé, zuppe pronte, pasta all'uovo, prodotti ottenuti dalla trasformazione della carne (salsicce, polpette, polpettoni, ripieno per arrosto, hamburger preconfezionati).

Gli adulti facciano attenzio anche al vino: può essere stato chiarificato con albume. Infine, alcuni soggetti con spiccata allergia all'uovo devono evitare la carne di pollo (che contiene proteine simili a quelle dell'albume) per il pericolo concreto di reazioni incrociate.

Che l'assunzione di antibiotici e il contemporaneo consumo di uova sia una pratica da evitare è una convinzione abbastanza diffusa, eppure non c'è nulla di vero in tutto ciò. E' vero piuttosto che potrebbe essere utile evitare di mangiare uova durante una terapia con sulfamidici. Si tratta di farmaci antibatterici ormai poco usati, anche per la facilità con cui producono effetti collaterali e allergie.


di Paolo Pigozzi

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Latte e latticini

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L'intolleranza al latte interessa circa il 50% della popolazione italiana ed è dovuta alla carenza di lattasi, l'enzima pr al metabolismo del lattosio o all'incapacità di digerire la caseina (in questo caso si parla di allergia), una delle proteine del latte.

Latte: alimento simbolo
Il latte è uno degli alimenti più ricchi di valenze simboliche. E' il primo alimento di cui facciamo esperienza, subito dopo il trauma della nascita. E' l'alimento tipico dei mammiferi, le specie più complesse dal punto di vista evolutivo, ed ha caratteristiche diverse, a seconda della specie, legate alla velocità di accrescimento dei cuccioli.

L'uomo è l'unico, tra i mammiferi, che continua ad assumere questo alimento dopo lo svezzamento. In natura inoltre, non accade, se non in condizioni molto particolari, che un cucciolo consumi il latte di una specie diversa dalla propria. (..)

Anche il latte sta cambiando
Con il passare del tempo il latte, cibo definito "puro e perfetto" grazie al suo alto contenuto di calcio e di proteine, si sta rivelando come qualcosa che non è affatto perfetto come siamo stati indotti a credere. Infatti alcuni nutrizionisti e molti degli stessi consumatori, hanno iniziato a ricredersi circa la sua importanza e persino sulla sua sicurezza come cibo da usarsi tutti i giorni, inoltre, l'uso eccessivo che si è fatto del latte e dei suoi derivati ha già provocato l'indebolimento del sistema immunitario.

A causa dell'ambiente che ci circonda e del cibo che mangiamo, assistiamo al moltiplicarsi di fenomeni di intolleranza (o ipersensibilità) alimentare, solitamente dovuti a una specie di fenomeno di accumulo, come se si trattasse di un avvelenamento progressivo, e sono quindi differenti dalle allergie alimentari in cui la risposta patologica si evidenzia nel giro di minuti dalla ingestione del cibo responsabile.

E' essenziale conoscere l'esistenza di questo fenomeno, perché gli effetti di un'intolleranza sull'organismo sono effetti di tipo subclinico, cioè non immediatamente evidenti, ma che giorno dopo giorno provocano una progressiva tossiemia. E' di estrema importanza capire quale sia il cibo o i cibi o eventualmente gli additivi e i conservanti alimentari responsabili di questa reazione dell'organismo.

Il diffondersi di intolleranze nei confronti del latte vaccino, insieme alla scelta, per motivi etici o semplicemente dietetici, di non nutrirsi di prodotti animali, ha portato una schiera crescente di consumatori a ricercare alternative vegetali.

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L'intolleranza al latte interessa circa il 50% della popolazione italiana ed è dovuta alla carenza di lattasi, l'enzima preposto al metabolismo del lattosio o all'incapacità di digerire la caseina (in questo caso si parla di allergia), una delle proteine del latte.

Ma oltre a queste cause di origine endogena, ne esistono altre legate ai processi di industrializzazione: la dieta naturale delle mucche è l'erba da pascolo, nell'allevamento industriale si utilizzano invece molti altri prodotti sostitutivi sotto forma di mangimi.

Il latte intero è uno dei pochi alimenti completi, che contiene una quantità significativa di tutti i macronutrienti, variabili a seconda della specie, della stagione dello stadio di lattazione. Dal punto di vista nutrizionale, contiene infatti proteine, lipidi, glucidi, vitamine e sali minerali.

Latte di capra
Il latte di capra presenta differenze importanti nei confronti di quello vaccino. La percentuale di carboidrati (lattosio) presenti nel latte di capra è simile a quella del latte vaccino, mentre esistono differenze notevoli riguardo la qualità dei grassi e delle proteine. Il grasso del latte di capra è molto variabile a seconda delle razze e delle zone di produzione. In Italia il latte di capra è leggermente meno grasso di quello di vacca e di pecora e quindi è quello che ha minor contenuto di colesterolo.

Però le proteine del latte di capra contengono meno caseina, la proteina che forma la cagliata e che quindi ritroviamo nel formaggio, determinando una maggior difficoltà nella caseificazione. Le proteine del latte di capra sono molto simili a quelle del latte bovino, tuttavia molti studi hanno dimostrato che una percentuale elevata dei soggetti allergici al latte bovino lo sono anche al latte di capra, che quindi non risulta essere adatto ai soggetti intolleranti.

Latte di pecora
Il latte di pecora è un latte molto più ricco di quello di mucca. La percentuale di carboidrati (lattosio) presenti nel latte di pecora è simile quella del latte vaccino, mentre esistono differenze notevoli riguardo la quantità ma soprattutto la qualità dei grassi e delle proteine.

Il latte di pecora crudo o pastorizzato ha un sapore neutro molto simile a quello di mucca, il suo grasso presenta caratteristiche simili a quello di capra, ma quantità percentuali decisamente superiori. Inoltre, il latte di pecora contiene quasi il doppio delle proteine del latte di vacca e di capra, si va dal 5.5 al 6.5%.

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Alternative al latte
Chi si vede costretto a rinunciare ai latticini perché a fatica li digerisce o perché intollerante al lattosio non corre il rischio di rimanere a corto di calcio, a patto che segua una dieta a base di cibi integrali, includendo soprattutto ortaggi verdi come broccoli, cavoli, cime di rape, tarassaco, ortaggi a radice, cereali, legumi, pesce (come sardine o pesci affumicati come il salmone), semi di sesamo.

Il calcio contenuto in tali alimenti è più facilmente assorbibile rispetto a quello presente nei formaggi, per la presenza in questi ultimi di fosfati che fanno eliminare più calcio attraverso la diuresi. Poiché il lattosio viene spesso utilizzato nell'industria alimentare come conservante, sarà opportuno, in caso di intolleranza, leggere la composizione degli alimenti in scatola e surgelati, al fine di evitare l'introduzione accidentale di quote di lattosio. Anche molti farmaci contengono lattosio come eccipiente, compresi i granuli omeopatici.

Vorremmo aggiungere, infine, che si può vivere in buona salute e senza andare incontro a carenze nutrizionali, anche evitando l'assunzione di latte e derivati, che possono essere sostituiti in maniera egregia da molti altri alimenti. Appartengono alla nostra tradizione anche le bevande ottenute dai cereali, in commercio i più diffusi sono quelle di riso, avena, orzo e miglio.

Se il latte di mandorle e quello di cereali sono i tipi di latte vegetali più tradizionali, quello di soia è oggi sicuramente il più diffuso non solamente nei Paesi orientali, ma anche in Occidente. Al naturale, però, non è idoneo all'alimentazione del lattante a causa dell'eccessivo contenuto di proteine e di sali minerali e per lo scarso tenore di calcio e di vitamina B12.

Perciò, la maggior parte dei formulati a base di soia per la prima infanzia oggi in commercio vengono arricchiti con modeste quantità di amido di mais (o di saccarosio), oli vegetali, vitamine e oligoelementi. In commercio si trova anche il filtrato di soia che sostituisce molto bene il latte di vacca in tutte le preparazioni culinarie (crema, besciamella, minestre, sformati, crèpe, torte).


di Maria Erminia Piroli [1]
e Pina Grazia Tagliaferri [2]

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Lieviti

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Esistono vari livelli di intolleranza ai lieviti. Nel caso di forme lievi, la causa potrebbe essere probabilmente attribuita al lievito di birra; in quelle più severe, accertate da analisi mediche, è possibile identificare come fattore responsabile non solo il lievito di birra, ma anche altri agenti chimici lievitanti - condizione poco frequente - e tutte le basi di prodotti alimentari sottoposti a fermentazione.

Lieviti e agenti lievitanti
A seconda delle esigenze e del tipo d'impasto, sono vari i tipi di agenti lievitanti che vengono impiegati nella preparazione degli alimenti:

Intolleranze vere e false
Non sempre i disturbi possono essere ricondotti ad una condizione di intolleranza o allergia ai lieviti, ma piuttosto ad una cattiva preparazione o trasformazione dello stesso prodotto.

Ad esempio, pizza e pane poco lievitati o poco cotti possono portare a fermentazione dopo essere stati ingeriti creando così una irritazione intestinale che si può manifestare con gonfiore, mal di testa, sete e altri disturbi. Quindi, in questo caso, può essere l'inadeguata preparazione che rende il cibo non adatto alla digestione, soprattutto nelle persone non più giovanissime e/o con problemi di salute.

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Come si affronta la dieta senza lieviti?
Non c'è dubbio che l'intolleranza comporti modificazioni allo stile di vita. Una dieta per intolleranza al lievito naturale (pasta acida e/o di birra) infatti, prevede l'eliminazione di alimenti quali: pane, pizza, torte, bevande fermentate, estratto di lievito, dado (sono presenti lieviti) e aceto (anche balsamico e di mele).

Malgrado tali esclusioni, gli intolleranti hanno comunque a disposizione un'ampia gamma di alimenti alternativi: cereali, verdura, frutta, carne, pesce, uova e dolci senza lieviti. Inoltre, l'ampio assortimento di prodotti specifici presenti nei negozi bio consente loro di affrontare il problema senza alcun disagio o difficoltà.

Come comportarsi
Andare oltre l'assuefazione del consumismo alimentare.
Prima ancora di essere trasformato dal nostro organismo in molecole chimiche, vitamine, minerali, aminoacidi, il cibo possiede una sua anima, una sua struttura, rappresenta un simbolo, un riconoscimento individuale.

Per questo, è importante ricercare la qualità dei cibi, ritrovare la tipicità, riscoprire metodi di preparazione e cottura collaudati da secoli e ricordare sempre che non esistono solo ed esclusivamente quelle varietà di prodotti che mode e pubblicità propongono e, sempre più, subdolamente impongono...

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Cosa scegliere
L'intollerante ai lieviti si deve soffermare con attenzione sui prodotti esposti sugli scaffali dei negozi e supermercati, è importante che egli legga bene le etichette e impari a riconoscere i prodotti consentiti qui elencati:

Quando l'etichetta non basta
E' importante ricordare che l'attuale normativa non distingue la panificazione tra le preparazioni con lievito naturale di pasta acida più lievito di birra e quelle senza, in quanto i saccaromiceti (Saccharomyces cerevisiae) risultano comunque presenti in entrambe le tipologie di lievito.

La differenza sostanziale risiede nel processo fermentativo lungo che oltre a conferire care teristiche organolettiche migliori ne aumenta la tollerabilità. Quindi, le persone che dimostrano intolleranza ai lieviti dovrebbero scegliere preparazioni a lunga lievitazione, mentre gli allergici dovrebbero evitarle categoricamente.


di Nicola Michieletto [6]

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Solfiti

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I solfiti vengono aggiunti a diversi alimenti come baccalà, gamberi e conserve di pesce, ma anche pesce e crostacei freschi o congelati, frutta essiccata, semi oleosi, sottaceti e sottoli, marmellate e confetture, aceto, bibite, birra, vini, bevande a base di succo di frutta, funghi secchi, farine, fiocchi di patate, ecc. Nei soggetti sensibili questi additivi, anche se assunti in piccola quantità, possono provocare irritazioni cutanee, respirazione faticosa e asma, tosse, mal di testa.

"Senta dottore, mi capita questo fenomeno strano. Da qualche tempo, ogni volta che bevo due sorsi di vino (sono proprio due, non di più!), la mia faccia diventa tutta rossa, a macchie. Sto malissimo e mi sembra quasi di svenire. Che cosa mi succede?". Le cause di questi disturbi potrebbero essere diverse, ma è assai probabile che questo signore sia allergico ai solfiti.

A cosa servono i solfiti?
I solfiti sono additivi alimentari che contengono zolfo.
In particolare, la legge ammette l'impiego di nove composti. Si tratta dell'anidride solforosa (un gas) e di altri sali (i solfiti), che liberano l'anidride solforosa. La loro presenza negli alimenti viene obbligatoriamente indicata in etichetta quando la loro concentrazione supera i 10 mg/kg o per litro, con il nome o, più spesso, con le rispettive sigle identificative che vanno da E220 fino a E228.

I solfiti vengono aggiunti a svariati alimenti per le loro proprietà antiossidanti e antimicrobiche. In altre parole evitano che gli alimenti, soprattutto al contatto con l'aria, perdano il colore naturale e assumano un aspetto poco invitante (pensate, ad esempio, all'imbrunimento della frutta tagliata). Inoltre, questi additivi contrastano lo sviluppo della flora batterica, contribuendo ad una migliore conservazione.

E' evidente che questi additivi hanno un ruolo importante nella produzione di alcuni alimenti conservati (vino, birra, succhi di frutta, frutta essiccata, sottaceti, sottoli, fiocchi di patate, pesce secco o in scatola, semi oleosi, frutta candita, marmellate, funghi secchi, ecc.) oppure alimenti il cui aspetto, commercialmente e convenzionalmente accettato, debba essere di un bianco che non ammette sfumature (lo zucchero bianco da cucina ecc.).

I solfiti vengono utilizzati (a volte sotto forma di spray) anche su alimenti freschi, di pronto consumi che devono mantenere per qualche ora un aspetto invitante e presentabile (insalate crude e macedonie servite nei ristoranti e nei self service, gamberi e crostacei, ecc.).

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L'intolleranza ai solfiti
L'assunzione degli alimenti che contengono solfiti può, nei soggetti sensibili, determinare fenomeni di intolleranza più o meno vistosi che si presentano con arrossamenti a macchie della cute (orticaria), mal di testa, vertigini, irritazione delle vie respiratorie, fenomeni di asma per arrivare, nei casi più gravi, allo shock anafilattico.

Proprio per la potenziale problematicità, la presenza di questi additivi negli alimenti deve essere segnalata in etichetta. Una attenta con sultazione delle etichette è dunque un primo strumento di orientamento e di aiuto nella scelta.

La dose da non superare
La dose giornaliera ammissibile (DGA), imposta dalle autorità sanitarie, nell'assunzione di solfiti è di 0,7 mg per kg di peso corporeo. Per un adulto che pesa 80 kg, la quantità da non superare è, dunque, di circa 50-60 mg al giorno.

In realtà quanti solfiti mangiamo ogni giorno? Non è facile stabilirlo perché la quantità dipende dalle abitudini dietetiche di ciascuno. In ogni caso, non sembra per niente difficile oltrepassare il limite giornaliero ammesso dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Pensate ad esempio ad uno spuntino rustico: un bel vassoio di insaccati, una bottiglia di vino bianco, un cesto di noci (sbiancate). Se fate onore alla tavola siete già oltre i limiti consigliati.

Come comportarsi
Non esistendo, per l'organismo sensibile, una possibilità di adattamento ai solfiti, l'unica cosa da fare è limitare al massimo gli alimenti che contengono questi additivi. Un primo criterio, quasi sempre valido, è quello di evitare gli alimenti conservati.

Scegliete, inoltre, alimenti di produzione biologica, per i quali (con la parziale eccezione del vino da uve biologiche) l'impiego di questi additivi, sbiancanti e conservanti non è ammesso. Preferite farine integrali o semintegrali e prodotti da forno preparati con sfarinati non raffinati.

In ogni caso, se le vostre esigenze dietetiche dovessero portarvi a consumare sfarinati raffinati, scegliete comunque quelli provenienti da cereali di coltivazione biologica. Per quanto riguarda alcuni alimenti secchi che dovrebbero essere consumati regolarmente nell'ambito di una dieta sana e variata (semi oleosi come noci, mandorle, nocciole, frutta essiccata come albicocche secche, fichi secchi, mele secche a fette, ecc.), la scelta biologica è imperativa. Questi prodotti, infatti, non sono trattati con anidride solforosa.

Oltre al fatto che potete verificarne la qualità leggendo con attenzione l'etichetta, con un po' di abitudine e di attenzione imparerete a riconoscerli a vista d'occhio. Ad esempio, il colore del guscio delle noci biologiche è naturalmente più scuro (a qualcuno sembreranno quasi "sporche"!), mentre quello delle albicocche secche non trattate (buonissime al gusto) tenderà più al bruno che all'innaturale arancione dei frutti lavorati convenzionalmente.

Per quanto riguarda le bevande, preferite, per quanto possibile, l'acqua fresca, magari addizionata con succo fresco di limone o di pompelmo.
Una buona soluzione sono anche le spremute (a colazione, ad esempio) oppure i succhi centrifugati freschi preparati nella vostra cucina poco prima di essere consumati.

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Il vino: meglio da uva biologica
Occorre dire che nella vinificazione di uve di produzione biologica è ammesso l'impiego di una certa quantità di solfiti (comunque limitata: circa il 30% della quantità che la legge ammette nei vini convenzionali), mentre alcuni vinificatori si stanno cimentando nella produzione di vini di qualità ottenuti senza l'impiego di questi problematici additivi. L'etichetta di questi vini innovativi segnala questa pregiata caratteristica con la scritta "senza solfiti aggiunti".

Per non aggiungere l'anidride solforosa, che poi si trasforma in solfito, e nessun altro additivo chimico durante la lavorazione del vino è necessaria una attenta cura dell'uva in particolare dopo il raccolto. Infatti si deve lavare l'uva con acqua molto accuratamente e delicatamente per rimuovere ciò che si deposita sulla buccia.

Si deve inoltre lavorare in ambienti estremamente puliti per evitare di contaminare il prodotto con batteri estranei. Queste semplici n impegnative pratiche contribuiscono all'abbandono dell'uso dei succitati conservanti.


di Paolo Pigozzi

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Essere intolleranti e allergici

L'esperienza di Irene

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Nell'estate del 2003 faceva un caldo esplosivo. Mi rifugiai in montagna. Facevo passeggiate verso l'alto. Una sera ho iniziato a sentire l'aria che usciva dai buchi sbagliati, il cuore si è agitato e anch'io. Non so quanto è durato. La mattina dopo sono andata in ospedale. Mi hanno detto: "Non è chiaro se si sia trattato di edema o enfisema polmonare. Torni la prossima volta che le capita, così capiamo meglio." Ho ringraziato per il parere, rimuginando: "La prossima volta? Quale prossima volta?".

Presto anche il sistema gastro intestinale ha iniziato a dare segni di sconforto. Un pitone si era accoccolato nel mio apparato digerente, sferrando dei colpi di coda imprevedibili. A quel punto ho avuto il flash di una conferenza seguita molto tempo prima alla mia scuola di Yoga, Associazione Italiana Raja Yoga.

Il dottor Pincini, gastroenterologo del Fatebenefratelli, spiegava come l'intestino sia il depositario del nostro sistema immunitario e che dalla sua salute dipende non solo quella dell'intestino ma anche di molti altri organi: la pelle, i polmoni per esempio. Noi ci rimpinziamo di cibo super ricco, super veloce da preparare, ma in realtà l'intestino è lo stesso di quando mangiavamo radici e bacche.

Per questo la nostra alimentazione può provocare degli scompensi, come le intolleranze alimentari. Ho rintraccia to il dottor Pincini. Mi ha fatto fare anche lui parecchie analisi. Quindi ha guardato il tutto e con sicurezza mi ha invitato a cambiare l'alimentazione.

Ero risultata intollerante al grano, lieviti, latticini, carne di maiale, arance, zucchero. Poi bisognava togliere in un primo tempo uova, patate, peperoni, melanzane, caffè, cioccolato. "Iniziamo con 5 giorni di sola verdura verde a pranzo e a cena dopo i quali inserirà un alimento a settimana". "Ma perché?" ho chiesto allarmata, vedendomi in piedi con 2 foglie di lattuga durante 5 lunghissimi giorni.

"Perché ogni alimento che ingeriamo impiega 5 giorni per sparire dal nostro corpo. Mangiare per 5 giorni solo verdura verde significa pulire tutte e ricominciare da zero, come i bambini che imparano a mangiare. Non va bene per tutti, ma nel suo caso darà buoni risultati. E poi quando si dice sola verdura non s'immagini quelle tristissime verdurine alla griglia. Deve farsi delle vasche di minestroni verdi, verdure al vapore in quantità e condire tutto con poco olio crudo. Mi richiami quando ha concluso, ( prima, se ha dei dubbi".

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Stavo così male che mi son fidata. Ho cucinato minestrone e verdure. La mente incredula doveva ammettere che stavo molto meglio. I dolori e qualunque disturbo già dopo il primo giorno si erano calmati. Però riaffioravano ricordi delle medie, poi delle elementari e infine dell'asilo. All'inizio del terzo giorno ho chiamato il dottor Pincini, raccontandogli queste sfumature un po' psyco del verde mangiare. E' stato rassicurante: stavo facendo pulizia e quando si agisce sul corpo si lavora anche ad altri livelli.

Nella consapevolezza dell'effetto placebo ho chiesto se potevo prendere qualcosa. Il medico, perplesso, mi ha consigliato di andare in erboristeria. Così mi son trascinata ad un centro bio sia di alimentari che di erboristeria, al proprietario, vegano da anni, ho spiegato che stavo mangiando solo verdura per 5 giorni, ero al terzo e anche se di corpo stavo bene, di testa un po' meno.

Il signore ha sgranato gli occhi: "Ma che meraviglia 5 giorni di sola verdura. Se proprio vuole prenda dell'eleuterococco, ma lei sta benissimo". Ho annuito, preso l'eleuterococco e tirato altri 2 giorni. All'alba del sesto giorno ho mangiato un piccolo castagnaccio per colazione. Indimenticabile.

E da lì ho reinserito altri alimenti, partendo dai cereali integrali, poi i semi oleaginosi, il pesce, il tofu, i legumi, i malti, il miele e piano piano tutti gli altri. Ci son voluti circa 8 mesi in cui ad ogni alimento nuovo introdotto, si resta in ascolto a capire le reazioni. E tutte le volte che si scopre un cibo consentito buono, facile da preparare si guadagna in buon umore per 3 giorni.

Il dottor Pincini mi ha aiutato in questo processo dandomi dei fermenti, in base alla mia situazione, ma il suo intervento è stato più forte sul cambio di mentalità verso il cibo che non nel dare medicine. Mi ha insegnato ad essere onnivora, a mangiare di tutto e non solo pasta al pomodoro, bistecca, formaggio, prodotti da forno.

Pian piano ho iniziato ad elaborare delle ricette compatibili con le mie scelte alimentari e appetibili a tutti gli altri. Spesso ricevevo telefonate: "Senti ma quella pasta di farro come l'avevi preparata?". Così, coinvolgendo il dottor Pincini, ho scritto un libro, per raccontare questa storia di una guarigione dalle intolleranze [7].

Ogni capitolo è introdotto da conversazioni tra paziente e medico in cui vengono affrontati sia i temi teorici sia le dritte pratiche per districarsi tra condimenti e ammollo di cereali.

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Dimenticavo, il cibo, deve essere bio, sempre e comunque; l'obiezione più comune: il prezzo elevato. Può sembrarlo a prima vista: ma si risparmia in medicine. Davvero.

E mano a mano che la vicinanza alla natura lavora si estende la scelta bio ai detersivi, alla cosmesi e agli abiti. Con gradualità ma inevitabilmente. Ho iniziato a grattarmi come una scimmia per i tessuti che contenevano fibre non naturali e a scovare negozi che vendessero abiti bio. Ho scoperto che la ritualità del mondo del ti è un degno sostituto di cappuccio e brioche; e che i rimedi omeopatici e l'osteopatia mi rimettono in forma senza medicine.

Anche i trucchi che metto sulla pelle sono solo bio, sennò avverto la sgradevole sensazione di una pellicola di plastica in faccia. La sensibilità si affina e trova altri percorsi, vicini, pratici che son lì da sempre. Un giorno diventano interessanti. Lo slancio di Intolleranze Zero è trasformato in un blog: wvvw.cucinasenzasenza.com che ospita una ricetta a settimana nel rispetto di chi soffre di intolleranze ma che faccia venire l'acquolina in bocca a tutti.

La scoperta delle intolleranze alimentari, la cura e la guarigione hanno preso tempo; un tempo che ha aperto nuovi mondi e che mi ha insegnato a trasformare la sofferenza in gioia attraverso il cambiamento. Ora so, con ogni cellula, che tutto è possibile. E se vale per le mie cellule ci sono buone probabilità che funzioni anche per quelle di altri. Perciò non perdetevi d'animo e trasformate scoperta della vostra intolleranza in una nuova visione di voi stessi e del cibo che introducete. E' ora di cambiare!

di Irene Binaghi [8]

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Intolleranze e allergie non alimentari

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C'è chi dice che i cosmetici e i prodotti per la casa sono i migliori amici della donna o dell'uomo. Ma per alcuni, le sostanze contenute possono creare problemi.

Sono sempre di più i prodotti dell'industria chimica complessi che entrano nelle nostre case e nella nostra vita per la cura del corpo, della casa, dei nostri animali domestici... Alcuni di questi ci creano non pochi problemi. Non è il caso però di allarmarsi troppo, la colpa è solo di una predisposizione individuale, basta porre attenzione a ciò che si compra, con lettura degli ingredienti, con la preferenza ai prodotti semplici (preferire la lista degli ingredienti meno numerosa).

Perché accade
E' un po' quello che succede con le intolleranze alimentari: un alimento a una persona non dà alcun problema, magari a un'altra provoca fastidiosi disturbi. Va anche detto, però, che quello delle intolleranze ai prodotti dell'industria chimica è un fenomeno in aumento.

Colpa anche di stress, ansia e tensione emotiva, che rendono la pelle maggiormente ipersensibile e vulnerabile. A soffrirne di più sono le persone con una pelle più delicata che reagisce a modo suo, a contatto con alcune sostanze. Stanno emergendo gli individui "atopici".
L'atopia è la predisposizione genetica a sviluppare reazioni anafilattiche localizzate in seguito a contatto, inoculazione o inalazione di allergeni. Si stima che almeno il 10% della popolazione mondiale abbia questa predisposizione di tipo multifattoriale.

Dal medico
Per ognuno si tratta, comunque, di manifestazioni molto diverse. L'irritazione, per esempio è una risposta immediata legata al contatto con la sostanza non tollerata, mentre l'allergia può manifestarsi anche tempo dopo il contatto e rappresenta il modo con cui il sistema immunitario attacca la sostanza "nemica".

Il medico dermatologo o allergologo vi sottoporrà al "patch test" un esame che consiste nel disporre sulla schiena o sull'avambraccio 30 goccioline, fatte penetrare nella pelle tramite una piccola escoriazione. Ciascuna goccia corrisponde a un allergene, cioè a una sostanza che è potenzialmente "pericolosa" per l'organismo. Se entro 48 ore non si verificano reazioni di nessun tipo, si riprova con altri allergeni fino a scoprire eventuali reazioni positive.

Le reazioni
La sensibilizzazione ai prodotti dell'industrie chimica cosmetici e prodotti per la casa può dipendere dalla composizione del prodotto, dalla concentrazione degli ingredienti, dalla durata del contatto, dalla zona in cui viene applicato. Sono tanti anche i modi in cui la pelle reagisce. Ecco quali:

Le terapie
La prima regola per guarire è eliminare la sostanza che ha provocato la reazione. Può essere anche necessario consultare il proprio medico. In seguito, però, occorre evitare i cosmetici e i prodotti che contengono quantità anche minime della sostanza che ha scatenato la reazione. Per i clienti di NaturaSì è disponibile l'opuscolo "Prodotti amici", con una selezione di cosmetici con requisiti di eccellenza. Gli stessi prodotti sono anche ben evidenziati a scaffale per facilitarne l'acquisto.

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Ingredienti "a rischio"
Leggete bene l'etichetta e tenete d'occhio l'ordine della lista. Dal secolo scorso la legge che disciplina i prodotti cosmetici e i prodotti per la casa impone alle case produttrici l'obbligo di indicare sulle confezioni i componenti in ordine decrescente: il primo della lista, quindi, è quello presente in maggiore quantità. Questo per permettere di sapere subito se, e in che misura è presente una certa sostanza in un prodotto. I principali "ingredienti" da tenere d'occhio sono:

I profumi e le essenze
Possono essere oli essenziali o sostanze chimiche sintetiche. Le dosi consentite cambiano a seconda del tipo di prodotto. In quelli destinati alle pelli delicate e sensibili sono quasi sempre assenti. Bisogna sospettare un'intolleranza a prodotti chimici cosmetici o per la casa quando compaiono prurito, arrossamenti cutanei, in concomitanza con l'uso di prodotti per l'igiene, per il make up, la colorazione di capelli, l'idratazione, etc.

Conservanti, tensioattivi, emulsionanti, filtri solari, prodotti per la cura dei capelli, profumi, smalti per unghie, sono fra le principali cause di intolleranze.
L'intolleranza ai cosmetici e ai prodotti per la cura della casa non è certamente una generici espressione allergica, come è erroneamente nell'opinione di molti. Nei soggetti con cute sensibile è indubbiamente diminuita la soglia di tolleranza della pelle e le alterazioni della sensibilità cutanea indicano un coinvolgimento del sistema nervoso cutaneo, probabilmente legato a diversi neurotrasmettitori, che sono prodotti sia da cellule cutanee che dalle terminazioni nervose.

Le reazioni ai cosmetici sono generalmente locali, cutanee o delle mucose. Le reazioni più comuni sono quelle da contatto diretto con i prodotti. Per tale ragione l'intensità del contatto è ovviamente minore per quelli a risciacquo (come saponi, shampoo e detergenti di vario genere) e maggiore per altri prodotti (per esempio deodoranti, tinture per capelli, creme, prodotti coloranti di vario tipo).

La penetrazione delle sostanze chimiche presenti nei cosmetici o tramite i residui di prodotti chimici, che possono rimanere nei tessuti e sulle stoviglie, è più facile nelle aree cutanee più sottili, come le palpebre, le mucose di bocca e zone intime o i bordi delle dita rispetto al palmo. Anche il pH dei prodotti applicati può avere importanza, dal momento che quelli fortemente alcalini (per esempio i prodotti per l'epilazione e i saponi) sono dotati di maggiore aggressività.

La crema "filler" coi suoi 30 o più ingredienti ammorbidisce le rughe per una sera, ma poi a lungo andare può creare problemi. Preferire prodotti certificati di parte terza per cui il produttore paga organizzazioni, che dispongono di accreditamenti anche internazionali, specializzate al fine di farsi controllare e certificare taluni requisiti resi pubblici. Leggere e informarsi anche sui siti web sia dei certificatori, che de produttori aiuta a diventare più attenti e con sapevoli delle scelte di acquisto.

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Sogno o son corpo?
Lo abbiamo trattato da ricettacolo degli istinti più bassi, sentina di ogni vìzio, carcassa pesante che la mente si porta in giro. Più recentemente ci siamo arrogati il diritto di alterarlo, tagliuzzarlo ad immagine e somiglianza di modelli elaborati al computer. Peccato, un vero peccato!
Il corpo ci radica nella terra.
Il corpo ci ricorda che la legge dì gravità è uguale per tutti.
Il corpo ci manda messaggi a voce sempre più alta, fino a strillare. Uno di questi urli sono le intolleranze alimentari.

Sasso nello stagno
Uno strato sottile ci separa dal resto del mondo: la nostra pelle. Ne siamo ricoperti interamente. Protezione, equilibrio, purificazioni passano attraverso i pori che sanno trattenere ciò che giova ed eliminare quello che non serve.
La pelle si merita il meglio della natura perché ne farà buon uso, regalandoci elementi che ci rafforzano. E tutti abbiamo bisogno di forza.


di Alessandro Spadoni [9]

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Pannolini

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Oltre il 90% delle mamme e papà del mondo spesso non si pongono il problema e pensano che l'uso del pannolino sia indispensabile.

Credo che in pochi campi come quello dei prodotti monouso per l'igiene personale, la Ricerca Scientifica e l'Università abbiano dedicato così poca attenzione all'interazione tra un manufatto e l'Essere umano per il "benessere" del quale il manufatto è stato pensato e prodotto.
Le uniche tesi oggi presenti sono dedicate soprattutto alla cura dei neonati e ci confermano che i prodotti come i pannolini è "meglio toglierli che averli" e in questo mi sentirei di condividere totalmente la conclusione, se non fosse che oltre il 90% delle mamme e papà del mondo spesso non si pongono il problema e pensano che l'uso del pannolino sia indispensabile.

Poiché a questa lacuna dell'ambiente scientifico non ci sono spiegazioni evidenti, né una bibliografia a cui appellarsi, mi permetto (dopo aver a fondo studiato e sperimentato) di avanzare delle ipotesi, in chiave ironica:

  1. viene dato per assunto che il problema non esista (in fondo cosa rappresentano 150 miliardi di pannolini, pannoloni e altrettanti assorbenti igienici, indossati ogni anno!);
  2. il problema non è scientificamente rilevante (la "prevenzione" è infatti più un fatto culturale che tecnico-scientifico);
  3. questi manufatti fanno parte della quotidianità (e degli interessi della multinazionali del settore), eliminarli dunque non si può, e quindi tanto vale accettare il principio del "è più interessante curare (anche a spese della sanità pubblica) che prevenire (solo a spese del consumatore)";
  4. poiché i neonati non parlano e gli adulti faticano ad interpretare il loro pianto e riso, tanto vale rivolgersi ad altri che sono delegati a capire i bisogni dei bambini.
Questo ricorso in genere si effettua ogni qualvolta che si presentano i seguenti sintomi sul sederino:

Fatta questa lunga, ed ironica premessa in cui tutti noi genitori ci possiamo ritrovare e comunque sempre in assenza di tesi pubblicate su qualche rivista scientifica di grido, provo a riflettere: un pannolino pesa mediamente tra 30 e 50 gr ed è indossato su una massa corporea che pesa mediamente 15 kg (i pannolini monouso si comincia ad indossarli appena nati intorno ai 3 kg e si tolgono anche a 25-30 kg anche se "li utilizza solo di notte" intorno a 3 anni).

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Se rapportato al peso di un adulto di 70 kg è come se il genitore indossasse biancheria intima di circa 3 etti (280 gr). Il punto è che la nostra "biancheria intima" pesa dieci volte meno e vorremmo pesasse ancora meno. Un pannolino commerciale sia esso di marche note e non, è generalmente composto dal filtrante (cioè il tessuto "soffice come cotone" a contatto con la pelle) che è composto di fibra di polipropilene, un polimero sintetico con cui normalmente vengono prodotti piatti e bicchieri, imballaggi e oggetti vari, certamente non tossico, ma con i difetti delle plastiche.

Per rendere il filtrante non irritante e non sur riscaldante, o meglio per rendere il sederino fresco e liscio, bisognerebbe sapere che tipo di materiale viene utilizzato, purtroppo sulle confezioni non sempre è indicata la composizione.

Ci sono però delle eccezioni in cui per es. nel filtrante c'è effettivamente una certa percentuale di fibra di cotone (bio) - forse arriva all'8% (neppure l'1% del peso del pannolino) ed il resto è comunque fibra polipropilene - ed altri che invece hanno materie prime più sostenibili, fino ad arrivare ad avere effettivamente il 100% di bio-polimero di pla, ma il caso è davvero più unico che raro.

Il test di efficienza del pannolino è mediamente calcolato con la capacità di questo di non provocare fuoriuscite (bagnature del body o del pigiamino) a pieno carico e nel lungo intervallo notturno (5-7 ore).
Il pannolino per evitare questo tipo di inconvenienti è infatti realizzato con una serie di sicurezze meccaniche tipo:

  1. barriere con elastico a protezione del giro coscia;
  2. tessuto sintetico accoppiato con film (di polietilene o poliuretano ma nei casi migliori con film di mater-bi, almeno non citotossico) con effetto impermeabilizzante;
  3. cintura in vita con chiusure meccaniche in velcro o adesivo (comunque riposizionabili) con possibilità di calibrare il tiraggio delle alette laterali;
  4. sul retro un micro tampone assorbente di carta (facoltativo) per stoppare eventuali perdite di rifiuto solido.

Viene da riflettere cosa potrebbe oltremodo succedere se venisse offerto in dotazione anche un rotolo di nastro sigillante... Il pannolino non è un palloncino che quando si riempie di liquido si espande. Nel caso dei pannolini poiché il liquido non scompare quando impregnato il pannolino, si gonfia ma non verso l'esterno, in quanto questo tipo di film non è elasticizzato.

A proposito, quando impregnato il pannolino arriva a pesare il doppio del peso iniziale: nel caso è come se un adulto si portasse addosso e a volte per qualche ora, mutande del peso di 600 gr e per di più molto umide. Lascio a ciascuno di noi genitori trarre dunque le debite conclusioni. Mi viene però comunque da pensare che quando il sederino è arrossato non sia solo colpa dell'acidità della pipì.

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Comunque qualcosa si sta muovendo nel mondo dei pannolini monouso, finalmente più in funzione della tutela della salute dei bambini che della ricerca di nuovi record nelle prestazioni; qualcuno ha finalmente investito nella Ricerca sui materiali alternativi alle plastiche sintetiche.

Una azienda tutta italiana, fuori dalle regole e dai confini dei "soliti noti" ha rotto schemi e indugi ricercando e applicando per la prima volta al mondo nuov materiali (soprattutto quelli a contatto con la pelle) di origine vegetale come il pla (acido polilattico): sigla che indica un polisaccaride la cui versione meno tecnologica, l'acido lattico, è ampiamente usato come conservante in cosmesi ed è prodotto dal corpo umano come lubrificante dei muscoli.

Questa si può dire la più interessante e coraggiosa tra le novità (industriali) perché conferma che la Ricerca - almeno in Italia - è possibile anche senza i capitali delle multinaziona e dello Stato.

L'altra alternativa verso una tutela della salute sono i pannolini lavabili in cotone (anche bio e in microfibra di poliestere. Il parere dei consumatori è discordante: pesano troppo (anche il doppio di un già pesante pannolino monouso) e sembrano essere non molto performanti, pur essendo ottimali dal punto di vista ecologico.

Bambino e disinfettanti
Il bambino nasce sterile e i suoi contatti co batteri avvengono, di preferenza, attraverso il contatto cutaneo e il latte materno. Questo non significa che si debba sviluppare, come troppo spesso succede, nei confronti dei bambini un atteggiamento iperprotettivo che diventa, talvolta, iperigienista. Il sistema immunitario del bambino viene stimolato, matura e prende pieghe diverse seconda del tipo di stimolazione ambientale che riceve.

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Se non riceve alcuna stimolazioi dall'ambiente che lo circonda, mantiene di preferenza l'equilibrio, anzi lo squilibrio, ci ha alla nascita, tutto spostato verso la reattivita allergica.
Quando offriamo il ciuccio al bambino o dobbiamo allattarlo con il biberon si pone il problema dell'igiene e dei disinfettanti da utilizzare... e puntando sempre e comunque alla sterilità crediamo di fare la cosa migliore.

Di fatto, il passaggio con acqua bollente, ad una temperatura di 80°C, ci garantisce un sufficiente grado di sterilità, l'importante è poi maneggiare gli oggetti con le mani pulite ed avere l'accortezza di non starnutirci o tossirci sopra!
In definitiva possiamo dire che una giusta igiene per garantire l'assenza di batteri patogeni è necessaria.
Ma un eccesso di igiene porta ad avere residui di disinfettanti o detersivi, con conseguente possibile alterazione della flora batterica di intestino e cute oltre a fenomeni irritativi o reazioni allergiche.


di Marco Benedetti [10]

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Detersivi

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Oggi le esigenze di igiene delle famiglie sono innumerevoli e, se da una parte l'igiene ha contribuito al superamento di alcune malattie, dall'altra l'eccesso sta dando vita a nuove patologie.

L'utilizzo di sostanze detergenti risale a qualche millennio fa.
Sembra che la scoperta del sapone, come molte scoperte che hanno rivoluzionato la nostra vita, sia stata casuale. Probabilmenh del grasso di carne messa a cuocere sul fuoco vivo, colando è venuto a contatto cor della cenere formando una sostanza bianca L'uomo ha poi scoperto che poteva utilizzare questa sostanza per lavarsi e per lavare i propri indumenti.
Questa sostanza bianca fu il primo detergente di tutti i tempi: il sapone. Da allora la ricerca in campo chimico ha fatto passi da gigante miscelando e facendo reagire centinaia di sostanze ed ottenendo decine di prodotti detergenti come quelli che utilizziamo quotidianamente.

L'evoluzione della detergenza
Oggi le esigenze di igiene e pulizia delle famiglie sono innumerevoli e, se da una parte l'igiene ha contribuito al superamento di alcune malattie, dall'altra, l'eccesso, sta dando vita a nuove patologie.
Una famiglia normale utilizza ogni anno decine di litri di prodotti detergenti, basti pensare alle innumerevoli esigenze ed alla gamma di prodotti disponibili sul mercato per soddisfarle: detersivi per piatti, capi colorati, capi neri, lana e seta, sbiancanti, ammorbidenti, vetri, multiuso, wc, prodotti per il legno, per l'acciaio, ecc.

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La base di ogni prodotto detergente è data da "tensioattivi" ovvero sostanze lavanti formate da molecole che sono in grado di legarsi all'acqua e al grasso delle macchia rimuovendo lo sporco in fase di risciacquo. A questa base, che è il principio lavante, vengono poi aggiunte sostanze che fanno ottenere, a seconda delle esigenze, ad ogni detersivo, le prestazioni e l'aspetto che il consumatore desidera.

Così, oltre ai tensioattivi, in un detersivo potremmo trovare:

In quantità minore poi, a secondo del prodotto, vengono inserite nei detersivi una grande quantità di altre sostanze per dare un "claim" al prodotto (con carboni attivi, con cenere, con bicarbonato, ecc.). Spesso però, sui tessuti, restano delle tracce di tutte queste sostanze che non vengono eliminate nella fase di risciacquo restando ci "impigliate" nelle fibre e, di conseguenza, a contatto con la nostra pelle in modo continuativo.

Il costo del pulito
L'esposizione casuale o continuata a sostanze chimiche di questo tipo, unita ad altri fattori può essere una delle cause della dermatite da contatto.
La dermatite da contatto è una reazione cutanea di tipo infiammatorio causata dal contatto appunto, occasionale o ripetuto nel tempo, con agenti ambientali esterni. E' un'irritazione di tipo tossico diretto, senza mediazioni immunologiche e si presenta pertanto solo nell'area del contatto.

I sintomi possono essere molteplici, da un semplice eritema transitorio a un vero e proprio edema con formazione di bolle. Solitamente è accompagnata da prurito diffuso e la zona dell'irritazione è spesso ben evidente anche se non perfettamente delineata.

Uno degli agenti che favorisce la dermatite da contatto è la sudorazione, pertanto è più probabile che essa si presenti in zone dove la sudorazione è maggiore come le ascelle, il collo, l'incavo posteriore del ginocchio, la parte anteriore e posteriore delle cosce, ecc.
Le persone in sovrappeso, gli sportivi, le persone che lavorano in ambienti caldi e chiusi, e che quindi hanno una maggior probabilità di sudorazione, sono più soggette a questa patologia.

Essendo moltissime le sostanze che possono provocare la reazione cutanea spesso per individuare la causa della dermatite da contatto ci si affida ad un dermatologo che effettua una serie di esami, fra cui il "patch test", che consiste nel porre sulla pelle dei cerotti contenenti le sostanze potenzialmente responsabili della reazione cutanea e, valutandone successivamente la reazione, riuscire ad individuare la o le sostanze responsabili.

A volte la dermatite da contatto si presenta dopo un contatto continuativo con la sostanza che la provoca.
E' come se il corpo reagisse ad un accumulo di contatti provocando l'irritazione. In genere cessando l'esposizione alla sostanza che provoca la dermatite i sintomi si attenuano fino a scomparire.

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Come difendersi?
Chi ha sofferto di problemi di dermatite sa quanto possa essere fastidiosa e, a volte, debilitante. Per quanto riguarda le precauzioni da prendere sicuramente la prima è quella di individuarne, attraverso la consulenza di un medico specialista, la causa e, successivamente, mettere in pratica tutte le azioni per evitare di venire a contatto con la o le sostanze ritenute responsabili.

Per questo, una volta che si sono individuate le sostanze che provocano la dermatite, è bene acquistare prodotti detergenti che oltre a riportare in etichetta, nella composizione, le diciture di legge (es. Tensioattivi Anfoteri) riportino più informazioni possibili sugli ingredienti (es. Tensioattivi Anfoteri: Lauramidopropyl Betaina).

Evitare prodotti che contengano troppi coloranti e profumi sintetici, i quali sono spesso fonti di reazioni allergiche. Le sostanze di origine vegetale sono solitamente meno aggressive di quelle di sintesi, quindi è meglio preferire detersivi che contengano il più possibile ingredienti di origine vegetale.

Importante è ricordare di seguire pedissequamente le dosi di utilizzo e le precauzioni d'uso consigliate sulle confezioni dei prodotti. Un detersivo è comunque una sostanza che è stata studiata e formulata per rimuovere lo sporco, anche quello più ostinato, e quindi la sua formula può essere particolarmente concentrata, per questo bisogna evitare il contatto con la pelle in fase di utilizzo, è bene quando si lavano i piatti o il bucato a mano, indossare guanti protettivi, e, successivamente, risciacquare abbondantemente con acqua i piatti, le stoviglie e i capi lavati.

Le dermatiti da contatto sono in aumento, ma con semplici e pratici accorgimenti si può evitare che la nostra pelle venga a contatto con agenti esterni irritanti ponendo un freno a questa dilagante malattia dei tempi moderni.

Bianco che più bianco non si può
Chiarore abbagliante, schiuma densa, profumo di laboratorio e pini montani sono i segni distintivi del pulito, ma pulito per chi? Per i cassetti in cui mettiamo uno sull'altro i vestiti belli stirati o per le credenza in cui riordiniamo i piatti lavati e brillantati?

Ma dove va a finire la schiuma densa e i contenitori di plastica dei prodotti? Possiamo ragionevolmente pensare di inquinare acque e prati per mantenere alto il baluardo del senza macchia?
Forse è tempo di iniziare ad elaborare una nuova estetica della pulizia.

Il detersivo ecologico
Con la dicitura "ecologico" intendiamo, normalmente, un detersivo che rispetti l'uomo e l'ambiente.

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La scelta del detersivo per le stoviglie è molto importante e delicata perché alle stoviglie, per quanto si risciacqui, rimangono sempre adese alcune molecole, che poi possono essere rilasciate nei cibi quando questi vengono versati, soprattutto caldi, oppure nel caso ci siano ingredienti che aumentano l'acidità come ad esempio il pomodoro, il succo di limone o l'arancia. Queste sostanze, oltre a ridurre il contatto con la flora batterica ambientale, provocano irritazioni e possibili alterazioni delle difese immunitarie.

Ecco perché è sempre meglio scegliere un detersivo ecologico e, magari quando si lava a mano, sono sufficienti acqua calda, una buona spugna e succo di limone o aceto, che hanno una buona azione sgrassante e anche leggermente disinfettante.

Per sterilizzare stoviglie, biberon e altri oggetti d'uso casalingo, quando necessario, è sufficiente un passaggio a vapore con acqua a temperatura di 80°C. Quindi il passaggio con acqua bollente garantisce un sufficiente grado di sterilità, l'importante è poi maneggiare gli oggetti con mani pulite ed avere l'accortezza di non starnutirci o tossirci sopra. Per disinfettare gli indumenti può essere utilizzato, con ottimi risultati il ferro da stiro.


di Donato Vitaloni [11]

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testo tratto da "InformarSì" speciale n.1
periodico di NaturaSi www.naturasi.it

Note:
[1] Psicologa Psicoterapeuta Nutrizione Naturopatica Floriterapeuta
[2] Dott.ssa in Filosofia della Scienza Naturopata-Heilpraktiker
[3] Tra i fondatori di una delle prime cooperative agricole biologiche nel lontano 1984, segretario di AssoBio, consulente in materia di normativa agroalimentare ed etichettatura
[4] Medico, diplomato in omeopatia classica, perfezionato in Nutrizione clinica e Dietetica e in Fitoterapia, in Diagnosi e Terapia dei Disturbi del Comportamento Alimentare
[5] www.celiachia.it
[6] Diplomato cuoco, specializzato in alimentazione salutistica.
[7] Intolleranze Zero! di Irene Binaghi - Tecniche Nuove, 2008
[8] Laureata in Estetica blog: www.cucinasenzasenza.com.
[9] Responsabile Eco Bio Cosmesi ICEA
[10] Già giornalista indipendente e cofondatore di W.I.P. S.p.A. (wellness innovation project), impegnata nel settore dei beni di largo consumo e monouso da materie prime innovative eco-sostenibili.
[11] Responsabile della produzione di detersivi ecologici e di ecobiocosmetici certificati dell'azienda Sanecovit.




inizio contro contro

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